Libro Da Faro a Faro

Libro Da Faro a FaroPREFAZIONE AL TESTO
DI HAIDI GIULIANI
Sulla Democrazia
Il 21 luglio del 2001, dopo una campagna terroristica sostenuta dai grandi media, dopo le cariche del giorno precedente, dopo l’assassinio di Carlo, quasi trecentomila persone sono venute a Genova a manifestare. Alcune di queste le ho incontrate e conosciute in seguito. Mi hanno raccontato di essere partite senza sapere esattamente il perché. Di aver deciso di venire dopo aver visto quel ragazzo con la sua canottiera bianca steso sull’asfalto di una piazza. In corso Italia, sul lungomare, era presente quel meraviglioso movimento variegato che è stato definito, con termine negativo e vagamente spregiativo, il “popolo no-global”: camminavano fianco a fianco, in una bellissima giornata di sole,provenienti da tante regioni d’Italia e d’Europa, il boy scout e il ragazzo dei centri sociali, la giovane suora e il vecchio comunista,
la donna impegnata in un’associazione di solidarietà, l’ambientalista, il pacifista, l’intellettuale di sinistra… Sono stati aggrediti, gassificati, picchiati,rincorsi, feriti, alcuni in modo grave. Alcuni porteranno per sempre i segni di quelle lesioni.Alcuni ancora oggi non riesconoa ripercorrere quelle strade. Qualcuno ancora oggi non riesce a dormire la notte. “Non sapevo il perché, ma sentivo di dover andare”,questa è la frase che ho sentito ripetere più volte, a proposito di quella giornata. Non sapevano il perché ma sono venuti a difendere la democrazia.E’ stata una prova terribile; eppure il movimento, accusato,insultato, umiliato, violentato, incarcerato, è ritornato più numeroso di prima.E c’è sempre qualcuno che, a distanza di due anni, passa da piazza Alimonda per lasciare un biglietto, un fiore, un ricordo a quel ragazzo minuto che per primo ha opposto resistenza alla repressione.Senza pentirsi dei suoi ventitre anni.

La mamma di Carlo

 APPENDICE
di CLARISSA VERONICO

Fichi d’india, donne vestite di nero, cieli blu e uomini con i baffi.E certo la Sicilia è anche questo. Lontana, lontanissima e insulare fin nel midollo, icona della buona e cattiva coscienza di tutta un’Europa che si estende oltre oceano. E tutti a cercare, a scorgere almeno una spina, almeno un fazzoletto nero, un pelo di baffo tra le pagine di qualsiasi cosa venga o parli dalla Sicilia. E invece discariche, gas tossici, disagio postadolescenziale, industrie svettanti e periferie di cemento, ancora più cemento sotto il sole siciliano, si compongono e prendono forma senza compiacimento né indulgenza nelle parole di un atto teatrale che è innanzi tutto un atto di testimonianza.
Alessio Di Modica, vincitore con questo testo  del premio Bassano Festival, snocciola un atto unico lieve  come la giovinezza dell’attore che lo porta in scena e denso come tutta una storia di luoghi comuni da sconfessare. Un treno, un viaggio - e come si fa a non prendere il treno quando si abita così lontano? – il racconto di una partenza e di una destinazione che ha accomunato migliaia di persone:Genova G8 2001. Amici che si incontrano e estranei di cui non sentirai la mancanza, tutta una notte in viaggio e dopo poche ore già ti chiedi cosa sei partito a fare, e poi finalmente l’arrivo. Una città blindata, forte di desideri e motivazioni, di idee e di fedi, che improvvisamente diventa la città della paura, delle fughe senza scampo, il luogo del massacro. Voci che si sovrappongono, slogan ingenui e scritte consapevoli, lacrimogeni e limoni, percosse, spari che portano ad altri spari, un ragazzo morto, la rabbia, l’annichilimento, le verità e le bugie che si mescolano, e poi finalmente, di nuovo un treno, su cui fuggire.
Nel racconto di 48 ore, le parole incalzano. Sullo sfondo la più recente esperienza degli attori-autori
del teatro di narrazione contemporaneo, la lezione del teatro di impegno politico e di denuncia, Baliani, Paolini, Celestini, ma anche il gusto della tradizione del cunto, dell’affresco gattopardesco. Alla lingua del quotidiano, alla parola ironica e tagliente dell’immediatezza comunicativa si mescola il dialetto siciliano che è anima aulica, storia e vissuto del presente. Alla descrizione minuta, innamorata della paesaggistica dell’umanità di Pelizza da Volpedo succede la fotografia statica da sondaggio dei danni di un progresso distruttivo. Mala tempora currunt. C’è ancora possibilità di raccontare un punto di vista?In questi anni, dopo più di un decennio in cui il teatro si era allontanato dalla politica diretta e aveva fatto appello a tutta la forza della tradizione per riportare l’arte alla  scena, emerge una nuova necessità, attraverso l’arte e la scena, di condivisione civile, di denuncia
ma soprattutto di relazione e di incontro. Non solo la cronaca di accadimenti, ma l’esperienza viva
ed esistenziale del proprio sguardo politico, del proprio stare nella società ed essere vivi. Un modo nuovo di farsi cantori, di resistere all’invasione televisiva della notizia, per sollecitare un’altra possibilità di comunicazione. Fa quasi tenerezza l’esigenza, la foga di dire tutto, parlare del G8 di Genova ma anche di Ocalan e di Frisullo, della propria infanzia, dei sondaggi, dei trasporti ferroviari, degli amici e della Salerno-Reggio Calabria,ma è la foga di rielaborare un universo informativo prorompente. Un universo invasivo che colpisce a frustate giovani intelligenze che hanno la forza e la sensibilità per ascoltare. Con la potenza di un corto circuito la storia si mescola alla memoria e non si può fare a meno di guardare il bel cielo blu di quella Sicilia di partenza, senza pensare ai fumi cancerogeni delle industrie di Augusta. Il mito del giardino di agrumi e del meridionale che ha sempre in tasca una manciata di polvere della sua terra si gretola e strappa un sorriso se sei davvero l’unico siciliano in un corteo che anziché limoni a pulirsi gli occhi dai fumi dei lacrimogeni ti sei portato solo del lemon succo. Dietro la forza di una testimonianza politica si staglia il bisogno di dichiarare una coscienza civile in quanto culturale, un’identità aniconica che è capace di richiamarsi al cunto quando associa le cariche della polizia alla strage di Portella delle Ginestre, come al gergo giovanilistico per raccontare l’imbarazzo della solitudine e il piacere del sé pur in mezzo a tanta gente. Su un palcoscenico nudo, quasi ingenuo per la sua esilità, assistiamo all’omaggio a un’individualità collettiva, alla forza del punto di vista, all’amore umano per l’umanità.. Sembra vorticare davanti ai nostri occhi un caleidoscopio di immagini: infanzia, mare, amicizia, scuola, adolescenza, famiglia, teatro, politica, telegiornali, dubbi, paure, certezze. Nessuna immagine predominante e tutte a comporre un vissuto che non ha bisogno di riconoscersi nelle icone del mito storico-geografico o dell’ideologia, ma che frantuma, indebolisce, scioglie le appartenenze per offrirci solo la debole verità dell’essere vivo e pulsante, emotivamente presente. In questo palpitare scomposto, in questo percorrere la parola e il pensiero senza reti, si incarna ancor più un’idea non globalizzata dell’uomo. In questo volo pindarico da un faro all’altro del mare di verità possibili, trova senso il racconto di un viaggio verso quella Genova che voleva dire e vuol dire ancora per molti l’affermazione del diritto al valore della storia, della cultura, del sé, dell’essere umani.